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Caregiver familiari e welfare
Welfare Aziendale

Prendersi cura di chi si prende cura: il ruolo del welfare aziendale per i caregiver familiari

In Italia i caregiver sono circa 7 milioni di cui il 60% donne. Una massa silenziosa e in gran parte inascoltata. Il dato è divulgato da CARER, l’Associazione Italiana Caregiver Familiari, costituita nel 2013 e oggi Ente del Terzo Settore.

Facciamo un passo indietro: il termine caregiver ormai è entrato nel linguaggio comune e significa, letteralmente, “colui che si prende cura”. Nel contesto familiare, è chi assiste in modo continuativo un proprio caro non autosufficiente, per malattia, disabilità o condizioni legate all’età.

Nella maggior parte dei casi si tratta di un’attività non professionale e non retribuita, svolta quasi sempre in ambito domestico, che richiede competenze organizzative, gestione emotiva e una presenza costante.

Il caregiver familiare coordina l’assistenza, gestisce terapie e burocrazia, mantiene viva la relazione con la persona assistita. Accanto a questa figura operano anche i caregiver formali, professionisti come infermieri o assistenti sociali. Resta però il caregiver familiare il perno dell’assistenza quotidiana, con un impegno continuativo e di lungo periodo.

Chi sono i caregiver familiari in Italia

Diverse indagini, tra cui il Rapporto 2025 Family (Net) Work del Censis, evidenziano come il caregiver familiare, in Italia, sia spesso una donna tra i 46 e i 60 anni.

Il ruolo è ricoperto prevalentemente da figli (65%) o coniugi (25%), ma può riguardare anche persone più giovani o molto anziane. In generale, l’assistenza resta in larga parte all’interno del nucleo familiare.

Il fenomeno si inserisce in un contesto più ampio di invecchiamento della popolazione, documentato dai dati ISTAT, che contribuisce ad aumentare il fabbisogno di assistenza informale.

Un aspetto ricorrente che rende la situazione ancora più problematica è la tendenza a concentrare il carico progressivamente su una sola persona. Anche quando la famiglia è presente, nel tempo le responsabilità tendono a confluire su un caregiver principale, con un forte rischio di isolamento e burnout.

Un impegno quotidiano che cambia la vita

Prendersi cura di una persona non autosufficiente comporta un impegno quotidiano che può diventare totalizzante. Significa riorganizzare completamente le proprie giornate, se non la propria vita. Le attività includono l’assistenza personale, la gestione dei pasti, la somministrazione di farmaci, gli accompagnamenti, in molti casi una vigilanza continua.

Quando sono presenti patologie cognitive come la demenza, la supervisione può diventare costante e necessaria anche durante la notte. Il carico non è solo questione di peso specifico delle singole attività, ma dipende molto da quanto la situazione diventa inesorabile: a pesare sono l’esigenza di una continuità nel tempo senza pause e con disponibilità continua. La sensazione è quella di un vicolo cieco.

Questo ha inevitabili ripercussioni sul lavoro e sulla vita personale, anche sul piano economico: possono rendersi necessarie riduzioni dell’orario e rinunce professionali, cala il tempo per sé e per le relazioni sociali.

Il peso invisibile della cura: stress e sovraccarico

L’impegno prolungato nella cura espone a un livello molto elevato di stress, che può diventare cronico. Il cosiddetto burden del caregiver è una condizione di sovraccarico che coinvolge la sfera fisica, emotiva e cognitiva e si manifesta con stanchezza persistente, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno, irritabilità, fino a sintomi depressivi o ansiosi.

La gestione quotidiana della malattia, unita alla responsabilità continua, può generare una sensazione di isolamento e di perdita di controllo.

L’impatto emotivo è particolarmente intenso quando si assiste una persona con demenza, perché cambia anche il rapporto affettivo con il proprio caro e ci si confronta con un deterioramento progressivo delle sue capacità cognitive e relazionali.

Cosa aiuta davvero i caregiver familiari

Non tutti reagiscono allo stesso modo allo stress. La qualità della risposta dipende da diversi fattori, tra cui il supporto ricevuto: poter contare su altri familiari o su servizi esterni riduce il rischio di sovraccarico. Anche riconoscere il bisogno di aiuto e accettarlo è un passaggio importante, non sempre immediato.

Per preservare il proprio benessere psicologico è fondamentale mantenere spazi personali e relazioni sociali, anche attraverso attività semplici come fare movimento o dedicare del tempo a sé stessi.

A questo si affiancano strumenti più strutturati: supporto psicologico, gruppi di confronto, accesso a informazioni e formazione. Conoscere la patologia e sviluppare strategie di gestione dello stress aiuta il caregiver a essere più consapevole e meno esposto alle difficoltà.

Il riconoscimento normativo: cosa prevede il DDL

Negli ultimi anni il ruolo del caregiver familiare ha iniziato a trovare spazio anche sul piano normativo. Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge il 12 gennaio 2026 e l’iter parlamentare è in corso con procedura d’urgenza. L’obiettivo è definire in modo chiaro questa figura e introdurre un sistema organico di tutele.

Tra i punti centrali c’è il riconoscimento formale del caregiver, con una procedura dedicata e una certificazione. La piattaforma è in fase di definizione e sarà operativa dopo i decreti attuativi. Il caregiver è identificato come chi assiste in modo continuativo e gratuito un familiare con disabilità o non autosufficienza certificata.

Il DDL introduce una classificazione basata su convivenza e carico assistenziale da cui dipendono le misure di sostegno. È previsto un contributo esentasse fino a 400 euro mensili, ma per una platea limitata: caregiver conviventi con oltre 91 ore settimanali di assistenza e ISEE fino a 15.000 euro, soglie oggi oggetto di dibattito.

Lo stanziamento è di circa 257 milioni annui, operativi dal 2027. Accanto al sostegno economico, sono previste misure per la conciliazione tra  lavoro e cura (flessibilità oraria, lavoro agile, congedi) e il coinvolgimento del caregiver nei percorsi assistenziali.

Un segnale importante, anche se ancora parziale, rispetto a un fenomeno che riguarda direttamente il mondo del lavoro.

Il welfare aziendale come risposta ai bisogni dei caregiver

Nel contesto organizzativo, i caregiver restano spesso invisibili. Molti dipendenti gestiscono responsabilità di cura senza dichiararle, per timore di essere percepiti come meno disponibili o performanti. Questo rende il fenomeno difficile da intercettare e poco presidiato, con un impatto diretto sul benessere organizzativo.

Day supporta le aziende nella costruzione di piani di welfare personalizzati, basati sull’ascolto e sulla capacità di leggere bisogni anche non espliciti, in una logica di longevity management.

La prima leva è la flessibilità: orari modulabili e lavoro agile permettono di gestire imprevisti e incombenze senza rinunciare al lavoro o ridurre drasticamente la propria disponibilità. Il risultato è una maggiore continuità lavorativa e una riduzione dello stress.

Accanto a questo, il supporto psicologico aiuta a intercettare situazioni di affaticamento prima che diventino critiche e a normalizzare il ricorso a servizi dedicati. All’interno della piattaforma Day Welfare, ad esempio, sono disponibili percorsi di sostegno psicologico e servizi legati alla salute e alla prevenzione, anche a domicilio, pensati sia per il caregiver sia per la persona assistita.

Sul piano operativo, il welfare offre supporto concreto alla cura: servizi domiciliari, assistenza per anziani e disabilità, accesso a professionisti, diagnostica e prevenzione, oltre a rimborsi per strutture come RSA e centri socio-assistenziali. Anche il sostegno economico è rilevante, con rimborsi e contributi, affiancati da strumenti come Blubonus, partner di Day, che semplifica l’accesso a benefit pubblici e diritti, riducendo incertezza e carico burocratico.

A questo si aggiungono i servizi di Time Saving, come quello offerto da Day in collaborazione con Genius4U, che consentono di delegare alcune attività pratiche e amministrative al Timesitter aziendale, liberando tempo e energie che possono essere dedicate al lavoro o alla cura.

Ogni esperienza di caregiving è diversa e richiede risposte flessibili. Per le aziende, la differenza sta nella capacità di riconoscere queste situazioni e costruire un welfare che non lasci sole le persone. Intercettare i caregiver significa anche ridurre assenteismo non pianificato, turnover e perdita di competenze. Day lavora per aiutare le aziende a progettare soluzioni di benessere su misura, calate nel presente e nel contesto di ciascuna organizzazione.


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