Buoni Pasto

Una semplice scelta che porta con sé tanti vantaggi per le aziende e i loro dipendenti.

Tirocini e stage: tutto quello che c’è da sapere su rimborsi e buoni pasto
Dicembre 05, 2022
Buoni Pasto

Tirocini e stage: tutto quello che c’è da sapere su rimborsi e buoni pasto

Il tirocinio, o stage, è uno strumento utile ai giovani per inserirsi nel mondo del lavoro. In questa guida abbiamo raccolto tutte le risposte alle domande sulla retribuzione per le varie tipologie di tirocinio, compreso il diritto a ricevere o meno i buoni pasto. Quanto dovrebbe essere retribuito per legge uno stage o un tirocinio? Fino a qualche anno la risposta a questa domanda la potevano dare solo le aziende, che decidevano autonomamente se dare o non dare agli stagisti e ai tirocinanti un rimborso più o meno consono al loro contributo all’attività. Dopo anni e anni di abusi e di sfruttamento indiscriminato di giovani neolaureati ed alle prime armi, nel 2013 la riforma Fornero ha imposto che ad ogni tirocinio “formativo e di orientamento” debba corrispondere una qualche forma di rimborso spese, lasciando poi ai consigli regionali la responsabilità di definire le modalità e gli standard delle indennità di questi lavoratori con contratti atipici. Con la legge di Bilancio 2022, poi, sono state introdotte delle ulteriori novità riguardanti la retribuzione del tirocinio extracurricolare. Vuoi saperne di più sulla retribuzione e sui benefit che spettano a coloro che svolgono un tirocinio? In questa guida trovi tutte le informazioni che ti servono. Qual è la differenza tra stage, tirocinio curricolare e tirocinio extracurricolare? Tirocinio curricolare: cos’è? Tirocinio extracurricolare: cos’è? Tirocinio extracurricolare: cosa dice la normativa? Stage e buoni pasto: i tirocinanti possono riceverli? Tirocinio extracurricolare: la mappa dei rimborsi Qual è la differenza tra stage, tirocinio curricolare e tirocinio extracurricolare? Chi vuole avvicinarsi al mondo del lavoro e ha poca esperienza può rimanere confuso nel sentir parlare di stage, tirocini curricolari ed extracurricolari, alternanza scuola-lavoro e così via. Se, infatti, tutti questi termini si riferiscono a dei tirocini formativi pensati per far acquisire ai giovani competenze pratiche e aiutarli ad inserirsi nel mondo del lavoro, questi strumenti hanno delle notevoli differenze, sia per quanto riguarda le modalità di attuazione, sia per quanto riguarda l’eventuale retribuzione dovuta al tirocinante durante il suo periodo di formazione presso un’azienda. Iniziamo subito col dire che stage è un altro termine che viene utilizzato per indicare il tirocinio, sia curricolare sia extracurricolare. La vera differenza è tra i due tipi di tirocinio: Il tirocinio curricolare; Il tirocinio extracurricolare. Tirocinio curricolare: cos’è? Il tirocinio o stage curricolare è una modalità di lavoro che si svolge all’interno di un percorso formativo ed è promosso direttamente dagli enti scolastici. Uno studente, quindi, svolge lo stage o tirocinio curriculare mentre sta ancora studiando: in questo modo ha la possibilità di fare esperienza sul campo, acquisire nuove competenze che vadano ad arricchire il CV e verificare che quelle già acquisite siano funzionali al lavoro pratico. Trattandosi di un progetto formativo finalizzato al completamento di un percorso di studi, il tirocinio o stage curriculare non è considerato come un convenzionale rapporto lavorativo subordinato, pertanto non prevede il diritto a ricevere alcuna retribuzione. Per l’attivazione di un tirocinio curricolare, tuttavia, tra soggetto promotore, soggetto ospitante e tirocinante devono stipulare un’apposita convenzione e predisporre di un piano formativo condiviso. Della categoria dei tirocini curricolari fa parte anche l’alternanza scuola-lavoro promossa nella scuola secondaria di secondo grado per aiutare gli studenti ad inserirsi nel mondo del lavoro.   Tirocinio extracurricolare: cos’è? Il tirocinio extracurricolare è uno stage che ha la finalità di aiutare i giovani o i disoccupati ad inserirsi o a reinserirsi nel mondo del lavoro. Secondo la normativa, si possono individuare tre tipologie di tirocini extracurricolari: tirocini formativi e di orientamento. Sono percorsi finalizzati ad agevolare le scelte professionali e l'occupabilità dei giovani nel periodo di transizione tra scuola e lavoro. Questo tipo di tirocinio si rivolge alle persone che hanno conseguito un titolo di studio entro e non oltre 12 mesi; tirocini di inserimento/reinserimento al lavoro. Sono percorsi che hanno la finalità di aiutare le persone a inserirsi, o reinserirsi, nel mondo del lavoro. Sono rivolti principalmente a disoccupati (anche in mobilità) e inoccupati. Possono prendere parte a questi tirocini anche i lavoratori che si trovano in regime di cassa integrazione tirocini di orientamento e formazione o di inserimento/reinserimento in favore di disabili di cui all'articolo l, comma l, della legge n. 68/99, persone svantaggiate ai sensi della legge n. 381/91 nonché richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale. Tirocinio extracurricolare: cosa dice la normativa? L’istituto del tirocinio è regolamentato in maniera generale dall’articolo 18 della Legge 196/1997. Nel 2012, con la Legge 92/2012, la definizione delle linee guida in materia di tirocini è stata demandata alle regioni. Nel 2017, la Conferenza Permanente per i Rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano ha emanato le “Linee guida in materia di tirocini formativi e di orientamento”. Tra le regole stabilite da questo documento ci sono: l’individuazione dei soggetti che possono fungere da promotori; i limiti per i soggetti ospitanti, che non possono realizzare più di un tirocinio con il medesimo tirocinante; la durata massima del tirocinio, che non deve essere inferiore ai due mesi (un mese per i tirocini svolti presso le attività stagionali) e non superare i 12 mesi per quanto riguarda i tirocini formativi e di orientamento e per i tirocini di inserimento/reinserimento al lavoro e i 24 mesi per i tirocini svolti da persone con disabilità; i casi in cui il tirocinante può richiedere la sospensione dello stage, che comprendono maternità, malattia e infortunio; le condizioni di attivazione, che prevedono che il tirocinante non possa sostituire i lavoratori subordinati nei periodi di picco dell’attività né il personale assente per maternità, malattia o ferie; le modalità di attivazione e le garanzie assicurative che il soggetto ospitante deve garantire ai tirocinanti; le modalità di attuazione del tirocinio; il numero massimo di stagisti per azienda; le funzioni del tutor che dovrà seguire lo stagista per tutta la durata del tirocinio; l’importo minimo dell’indennità di partecipazione (la retribuzione per lo stage extracurricolare viene fissata autonomamente dalle regioni), che prevede una retribuzione su base mensile non inferiore ai 300 euro lordi. Nel caso in cui i tirocinanti siano lavoratori sospesi o precettori di forme di sostegno al reddito, in quanto fruitori di ammortizzatori sociali, l'indennità non viene corrisposta. L’indennità percepita per la partecipazione a un tirocinio è assimilata ai redditi da lavoro dipendente. Inoltre, la Legge di Bilancio 2022 (Legge 234/2021, art. 1, commi 720-726), ha introdotto delle misure per contrastare gli abusi che possono verificarsi durante lo svolgimento dei tirocini extracurricolari. Stage e buoni pasto: i tirocinanti possono riceverli? Secondo quanto stabilito dalla normativa (Legge 122/2017) a poter usufruire dei buoni pasto sono i lavoratori titolari di un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato o determinato e i collaboratori a progetto. Sono esclusi, quindi, coloro che partecipano a uno stage curricolare o extracurricolare. Nulla, però impedisce al datore di lavoro di erogare i buoni pasto anche a coloro che prendono parte a uno stage, tanto che alcune regioni hanno previsto questa possibilità nel definire gli importi minimi e massimi dei rimborsi spettanti agli stagisti. I buoni pasto non sono solo uno strumento di sostegno al reddito ideale per integrare l’indennità di partecipazione, ma anche di un’opportunità per l’azienda di fare employer branding e attirare risorse di valore. Tirocinio extracurricolare: la mappa dei rimborsi Come stabilisce la normativa, la cifra esatta che ciascuna azienda deve corrispondere ai tirocinanti viene decisa dalle singole regioni. Ecco la mappa dei rimborsi per lo stage extracurricolare regione per regione: REGIONE IMPORTO INDENNITÀ ECCEZIONI Valle d’Aosta Indennità minima di €600 per 40 ore settimanali L’importo si riduce se il tirocinante svolge meno di 40 ore di lavoro settimanali Lombardia €500 se il tirocinante svolge almeno l’80 del monte ore mensile L’importo si riduce a 400 euro se allo stagista vengono corrisposti i buoni pasto o può usufruire della mensa aziendale Piemonte Indennità minima di €600 per 40 ore settimanali Per il part time l’indennità minima è di 300 euro Trentino Alto-Adige ·         Provincia autonoma di Trento. L’indennità massima è di €600. ·         Provincia autonoma di Bolzano. In caso di almeno 40 ore di presenza l’indennità oraria è di 4 euro per i maggiorenni e di 3 euro per i minorenni È prevista una maggiorazione di €1,5 se il luogo di lavoro si trova al di fuori del comune di residenza del tirocinante Friuli Venezia-Giulia Indennità minima di €400 per almeno 30 ore settimanali e massima di €500 per 40 ore settimanali L’importo è innalzato a €800 se il tirocinio è svolto presso un soggetto appartenente alla pubblica amministrazione Veneto Indennità minima di €450 se il tirocinante svolge almeno il 70% del monte ore settimanale In caso vengano corrisposti i buoni pasto, l’importo minimo dell’indennità scende a €350 Liguria Per l’impiego full time l’indennità è di 500 euro oppure di €400 più un rimborso spese di €100 In caso di presenza tra il 50 e il 69% l’importo viene ridotto a €250 Emilia-Romagna L’indennità è pari a €450 mensili Toscana L’indennità è pari a €500 mensili Lazio L’indennità è pari a € 800 mensili a fronte di una frequenza minima del 70% del monte ore previsto dal CCNL di riferimento Campania L’importo dell’indennità minima è fissato a €500 Marche Al tirocinante spetta un’indennità minima di €400 mensili che sale a €500 se il monte ore è di almeno 30 ore settimanali Umbria Indennità minima di €400 per 40 ore settimanali Abruzzo L’indennità corrisponde a €500 mensili Basilicata Indennità minima di €600 mensili Molise ·         Per i tirocini formativi l’Indennità massima è di €450 per 30 ore settimanali. ·         Per i tirocini di inserimento/reinserimento l’indennità massima è pari a €400 per il part-time e ad €600 per il full time. Puglia Indennità minima €450 mensili Calabria Indennità minima di €400 mensili Sicilia L’indennità massima è di €500 Sardegna L’indennità massima è di €600 Il tirocinante viene retribuito anche nel caso in cui usufruisca di ammortizzatori sociali  
Merende e spuntini sani
Ottobre 18, 2022
Buoni Pasto

Merende e spuntini sani: cosa mangiare per tenersi leggeri?

Quali sono gli alimenti giusti da utilizzare per la pausa pranzo o lo spuntino, evitando cibi ultra-calorici o junk food? I consigli per mantenere uno stile di vita sano ed equilibrato anche quando si trascorrono tante ore alla scrivania.   Tutti una volta nella vita si sono chiesti: cosa posso mangiare a merenda o come spuntino? Non è sempre facile trovare delle idee veloci e semplici per preparare merende o spuntini sani: uno snack che spezzi la fame nella pausa caffè – a lavoro o a casa – senza però appesantire. Non esiste nessun segreto in particolare. Sono tantissimi gli alimenti perfetti per spuntini e merende veloci e salutari! Vediamo insieme quali sono questi ingredienti e alcune idee per gustare ogni giorno merende sane, che favoriscano il benessere e aiutino a mantenersi leggeri. Spuntini sani al lavoro: i cibi perfetti per uno spuntino sano e nutriente Merende e spuntini sani: le regole da seguire per una pausa salutare Ricevi ogni giorno uno spuntino sano con Up Day Spuntini sani al lavoro: i cibi perfetti per uno spuntino sano e nutriente Quando si cercano gli alimenti giusti per uno spuntino sano, i primi ingredienti da prendere in considerazione sono frutta e verdura. Ricca di fibre e vitamine la verdura, soprattutto se consumata cruda, da sgranocchiare preferibilmente lontano dalla scrivania, è uno spezza fame perfetto per i nostri spuntini. Ideale è anche la frutta, preferibilmente di stagione, che dà subito un senso di sazietà ed è disponibile in tantissime varianti: frutta fresca, frullati, centrifughe, spremute, frutta essiccata e mousse. Ma anche frutta secca, yogurt e cereali sono tutti alimenti adatti ad uno spuntino di metà mattina o di metà pomeriggio. Ecco quali sono i cibi perfetti per una pausa all’insegna del benessere. Yogurt bianco Un alimento pratico per la merenda è lo yogurt bianco: se sei a dieta, scegli quello magro, lo yogurt greco o il kefir, che non hanno zuccheri aggiunti. Se vuoi fare una merenda completa di tutti i macronutrienti, aggiungi allo yogurt dei frutti di bosco, della frutta secca o del muesli. Frutta secca Estremamente saziante e pratica negli spuntini, la frutta secca è ricca di grassi buoni e proteine e regala tantissima energia al nostro corpo. Un mix di noci e mandorle, magari con degli anacardi, è uno snack sfizioso che fa bene anche al cervello. Non superare la dose di 40g al giorno raccomandata dalla FDA (Food and Drug Administration). Cioccolato fondente Un alimento che fa bene al corpo e soprattutto all’umore, alla memoria e alla concentrazione, grazie ai flavonoidi del cacao, che hanno proprietà antinfiammatorie e antiossidanti e favoriscono l’iper-plasticità del cervello. Prediligi quello fondente, dal 70% in su, per ottenere dei benefici dal consumo di questo goloso alimento. Barrette di cereali Anche le barrette di cereali e frutta secca sono una idea validissima per i tuoi spuntini. Se non vuoi comprarle, puoi prepararle velocemente in casa scegliendo un cereale a tua scelta (l’avena è consigliata), da mischiare con frutta secca/essiccata e miele o sciroppo d’agave. Panino fatto in casa Anche i classici panini possono diventare spuntini salutari, specialmente se fatti in casa. Per preparare un panino equilibrato dal punto di vista nutrizionale, usa delle fette di pane integrali al posto del pane bianco. Aggiungi anche una parte vegetale, che può essere dell’insalata, una verdura grigliata o un’altra verdura adatta ad essere consumata cruda, come i cetrioli o i pomodori. Condiscile con poco olio extravergine d’oliva per rendere il panino più gustoso. Anche le proteine sono importanti per un panino equilibrato. Puoi usare del pollo o del tacchino alla griglia, della bresaola o del formaggio per farcire il tuo panino. L’importante è scegliere una sola proteina. Hummus Questa sfiziosa crema a base di ceci e tahina è ideale per un saporito spuntino di metà mattina. Facile da preparare nella cucina di casa se si utilizzano i ceci precotti, abbinala a delle verdurine crude da pinzimonio, come sedano e carota, per saziare la tua voglia di uno sfizioso snack salato. Popcorn può sembrare all’inizio un’idea poco sana, ma se lo prepari a casa con pochissimo olio di semi e sale, i chicchi di mais scoppiati possono diventare un’alternativa sana e gustosa per la tua merenda.   Merende e spuntini sani: le regole da seguire per una pausa salutare Dopo aver scoperto tanti alimenti buoni e salutari e alcune idee sfiziose adatte al momento della merenda, è giusto soffermarsi su alcune regole da seguire per far sì che lo spuntino di metà mattina o di metà pomeriggio sia davvero una pausa salutare che si inserisce in un’alimentazione sana ed equilibrata. I pasti non si saltano, nemmeno lo spuntino! Saltare i pasti non è la scelta giusta per rimanere in linea. Cerca di fare 5 pasti al giorno, merende comprese. Lo spuntino è un momento fondamentale per ricaricare le energie del nostro organismo e aiuta a svolgere le attività della giornata. No alle merende abbondanti Sappiamo che a metà della mattina o del pomeriggio il nostro stomaco inizia a brontolare per via della fame. Tuttavia, è bene non cedere alla golosità ed evitare di sovraccaricare l’organismo con troppo cibo durante gli spuntini: la merenda non è un pranzo o una cena, e deve rimanere tale! Per i tuoi spuntini cerca di non superare le 150/200 kcal. Cura la varietà Come per tutti gli altri pasti, anche per le merende il segreto è la varietà. Cerca di variare le fonti dei tuoi spuntini, evitando i junk food, ma anche i cibi ricchi di carboidrati, come biscotti e fette biscottate che, invece, sono ideali da consumare a colazione. Non scordarti di bere Uno degli errori che si commettono più di frequente è quello di non consumare una quantità di acqua sufficiente. Specialmente in estate, è importante mantenersi idratati bevendo almeno 8 bicchieri di acqua al giorno. Durante la pausa pranzo e gli spuntini, perciò, non dimenticare mai di bere almeno un bicchiere d’acqua, così da favorire anche la digestione.   Stai alla larga dai prodotti ricchi di sale e zucchero La tentazione di scegliere alimenti ricchi di sale e zucchero è sempre dietro l’angolo, soprattutto quando non si ha troppo tempo a disposizione. Evita prodotti troppo lavorati, come patatine e merendine – prediligendo merende con alimenti freschi e genuini: ti sentirai molto più leggero, sazio e appagato! Ogni giorno uno spuntino sano con Up Day Fare spuntini sani quando si è al lavoro e si ha poco tempo da dedicare alla loro preparazione è facile, grazie all’App Buoni Up Day e al portale dedicato agli utilizzatori di buoni pasto Day.  Basta scegliere il filtro pausa sana per trovare tutti i servizi di ristorazione che accettano il pagamento con i buoni pasto, offrono alimenti ideali per uno spuntino sano ed equilibrato e sono disponibili per la consegna con delivery o take away. Se vuoi iniziare un percorso di alimentazione sano senza contare le calorie e mangiando con consapevolezza, puoi provare il servizio di healthy delivery food di Nutribees. Questa giovane startup italiana spedisce in tutta Italia piatti sani e bilanciati, ma senza rinunciare al gusto. Nutribees offre inoltre tantissime proposte interessanti per la merenda: barrette, cereali, hummus, yogurt ecc…! Puoi scegliere Nutribees direttamente dalla spesa online della app Buoni Up Day e pagare con tuoi buoni pasto elettronici!  
Settembre 24, 2022
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Dal 1° ottobre i buoni pasto da spendere per tutto il 2023!

Settembre è sempre un mese caldo per i buoni pasto, perché tante aziende attendono il cambio di scadenza per godere di una dilazione più ampia e avere molto più tempo per spendere i ticket. Anche quest'anno la stampa dei buoni pasto Up Day con validità 31/12/2023 inizia il 1° ottobre. Fino a quella data la stampa dei buoni ordinati prevede ancora scadenza 31/12/2022. Con l'arrivo dell'autunno, quindi, i buoni pasto avranno una vita lunghissima, ben 15 mesi. Il cambio di validità dei buoni pasto riguarda i ticket per le aziende private e riguarda sia i buoni pasto cartacei che quelli elettronici, anche per quelli effettuati sulla piattaforma e-commerce DayShop. Non cambiano le altre caratteristiche del servizio promosso da Up Day. Da qualche anno sono cambiate alcune indicazioni in merito all'utilizzo dei ticket. Per questo ricordiamo le novità introdotte dal Decreto n. 122 del Ministero dello Sviluppo Economico. La normativa in vigore da poco prevede la cumulabilità di spesa fino a 8 buoni pasto contemporaneamente. Ogni utilizzatore quindi può godere di un potere d'acquisto quotidiano più ampio, fermo restando il diritto a un ticket al giorno, per ogni giorno di lavoro effettivo. Quali aziende possono comprare buoni pasto per la pausa pranzo dei loro dipendenti? Non solo le grandi imprese, come qualcuno erroneamente pensa, ma qualsiasi azienda, anche con un solo dipendente può godere dei vantaggi fiscali previsti. L'Assistenza Clienti Day è a disposizione per informazioni dettagliate sulla scadenza dei buoni pasto: 1° ottobre, rinnovata scadenza dei buoni pasto    
In quali casi la pausa pranzo sul lavoro è obbligatoria?
Luglio 06, 2022
Buoni Pasto

In quali casi la pausa pranzo sul lavoro è obbligatoria?

La pausa pranzo è un periodo di tempo che viene concesso al lavoratore per consumare il pasto. Quando è obbligatorio concederla? I lavoratori part-time hanno diritto ad usufruirne? Deve essere retribuita? Le risposte in questa guida.   La legge prevede, per i lavoratori dipendenti, la possibilità di fare la pausa pranzo, cioè di interrompere momentaneamente il proprio lavoro per consumare il pasto. La pausa pranzo deve essere sempre concessa ai collaboratori? E, soprattutto, ci sono dei casi in cui è obbligatoria?  Facciamo un po’ di chiarezza sulle regole per la pausa pranzo, partendo dalla normativa di riferimento.  La normativa sulla pausa pranzo Perché e quando la pausa pranzo è obbligatoria? La pausa pranzo è retribuita? Cosa dice la legge  Chi stabilisce quando fare la pausa pranzo e la sua durata?  Il lavoratore può rinunciare alla pausa pranzo?  Part time e pausa pranzo: quali le regole? Pausa pranzo e allattamento: la lavoratrice ha diritto alla pausa per il pranzo?  Pausa pranzo, mensa aziendale e buoni pasto: cosa dice la normativa?    La normativa sulla pausa pranzo Come per le ferie lavorative, anche per quanto riguarda la pausa pranzo la normativa di riferimento è costituita dal Decreto Legislativo 66/2003 il quale, all’articolo 8, comma 1, sancisce l’obbligatorietà della pausa pranzo qualora l’orario di lavoro giornaliero sia superiore alle 6 ore.  Per stabilire se durante la pausa pranzo il lavoratore abbia diritto alla retribuzione, invece, il D. Lgs. 66/2003 rimanda all’articolo 5 del Regio Decreto 1955 del 1923 e l’articolo 4 del Regio Decreto 1956 del 1923.  Oltre a queste leggi, della normativa sulla pausa pranzo fanno parte anche i contratti collettivi delle varie categorie, eventuali accordi sindacali stipulati tra un’azienda e i suoi dipendenti e i regolamenti aziendali.  Perché e quando la pausa pranzo è obbligatoria? La finalità della pausa pranzo, secondo quanto indicato dalla normativa, non è solo quella di permettere al lavoratore di consumare il suo pasto, ma anche di favorire il recupero delle energie psico-fisiche e di attenuare il ritmo di un lavoro monotono e ripetitivo.  Il comma 2 dell’articolo 8 del D. Lgs. 66/2003 stabilisce inoltre che la pausa a cui ha diritto il lavoratore tra la fine e l’inizio di ogni periodo giornaliero di lavoro, di cui può usufruire anche sul luogo di lavoro, non debba essere inferiore ai 10 minuti. Il decreto demanda poi ai contratti collettivi di categoria il compito di stabilire la durata della pausa pranzo, che può essere decisa anche attraverso la stipula di accordi sindacali. In generale, anche da quanto si può evincere dai Regi Decreti 1955 e 1956 del 1923, la pausa pranzo ha una durata minima di 10 minuti e una durata massima di 2 ore.  La pausa pranzo è retribuita? Cosa dice la legge Secondo quanto stabilito dall’articolo 5 del R.D. 1955 del 1923, non si considerano come lavoro effettivo: i riposi intermedi che siano presi sia all’interno che all’esterno dell’azienda;  il tempo impiegato per recarsi sul luogo di lavoro;  le soste di lavoro di durata non inferiore a dieci minuti e non superiore alle due ore, comprese tra l’inizio e la fine di ogni periodo di lavoro della giornata lavorativa.  Sono invece considerate come lavoro effettivo le soste, anche superiori ai 15 minuti, concesse agli operai che svolgono un lavoro molto faticoso, così che possa recuperare le condizioni psicofisiche necessarie allo svolgimento delle sue mansioni.  La pausa pranzo, perciò, non rientrando nel computo delle ore di lavoro effettivo, non può essere retribuita. A prevedere un’eccezione a questa regola possono essere i contratti collettivi di lavoro, che hanno la facoltà di stabilire che il tempo dedicato alla pausa pranzo possa rientrare nella retribuzione.  Chi stabilisce quando fare la pausa pranzo e la sua durata? A decidere quando i lavoratori possono fare la pausa pranzo è, di solito, il datore di lavoro, che deve tenere conto delle esigenze organizzative e produttive dell’azienda. Insieme all’orario di lavoro, anche la pausa pranzo viene inserita nel regolamento aziendale e nel contratto individuale di ciascun lavoratore.   Anche la durata della pausa pranzo, di solito, è stabilita dal datore di lavoro, che può rifarsi alla contrattazione collettiva o ad accordi interni per determinarla. Fermo restando che la normativa stabilisce che la pausa pranzo non debba essere inferiore ai 10 minuti e non possa superare le due ore, viene concessa almeno mezz’ora di pausa agli operai, in particolare a quelli addetti alle linee produttive.  Alle persone che, invece, svolgono mansioni impiegatizie, di solito viene concessa almeno un’ora di pausa.  La Circolare del Ministero del Lavoro numero 8 del 3 marzo 2005 precisa, inoltre, che il lavoratore possa usufruire della pausa pranzo anche rimanendo sul luogo di lavoro. Ciò che conta è che il tempo concesso per la pausa pranzo venga fruito in maniera continuativa, perché possa produrre gli effetti per il quale è stato pensato.  Il lavoratore può rinunciare alla pausa pranzo? No, il lavoratore non può rinunciare alla pausa pranzo, neanche dietro la previsione di una compensazione economica. Può chiedere, tuttavia, al datore di lavoro, di concentrare la pausa pranzo all’inizio o alla fine della giornata lavorativa, di fatto riducendo l’orario di lavoro (Circolare del Ministero del lavoro 8/2005).  Nel caso in cui il datore di lavoro conceda a un dipendente questa possibilità, dovrà comunque accordare al lavoratore dei periodi di riposo compensativo.   Part time e pausa pranzo: quali le regole? La normativa sulla pausa pranzo stabilisce che i lavoratori dipendenti abbiano diritto ad usufruirne nel caso in cui l’orario di lavoro superi le sei ore giornaliere.  Per loro natura i contratti part-time, a differenza di quelli full time, prevedono un orario di lavoro ridotto che, di solito, non raggiunge le sei ore giornaliere. Ciò significa che i lavoratori con un contratto di lavoro part-time non hanno diritto ad usufruire della pausa pranzo.  Pausa pranzo e allattamento: la lavoratrice ha diritto alla pausa per il pranzo? L’articolo 39 del Decreto Legislativo 151 del 2001 prevede che le donne lavoratrici, nel primo anno di vita del bambino, abbiano diritto a due periodi di riposo giornalieri di un’ora ciascuno, di cui possono godere anche consecutivamente, a condizione che l’orario di lavoro sia superiore alle 6 ore. Nel caso in cui l’orario di lavoro sia inferiore alle 6 ore, la lavoratrice ha diritto ad una sola ora di riposo giornaliero.  Molte lavoratrici dipendenti si chiedono se, oltre alle due ore di riposo giornaliero, abbiano diritto di godere anche della pausa pranzo, dal momento che le ore concesse per l’allattamento sono considerate a tutti gli effetti come orario di lavoro e vengono retribuite.  A dare una risposta definitiva a questa domanda è stata la risposta ad interpello del Ministero del Lavoro numero 2 del 2019 la quale ha chiarito che, dal momento che la lavoratrice che ha diritto al riposo per l’allattamento svolge un orario di lavoro effettivo inferiore alle 6 ore, non ha diritto alla pausa pranzo.  Pausa pranzo, mensa aziendale e buoni pasto: cosa dice la normativa? La normativa che regola la sicurezza sul lavoro impone alle aziende con più di 30 dipendenti di predisporre una sala con funzione di refettorio adeguatamente attrezzata da mettere a disposizione dei collaboratori.  Al contrario di quanto accade per la pausa pranzo, tuttavia, non esiste una legge specifica che obblighi le aziende ad offrire il servizio di mensa ai propri dipendenti. Tale obbligo sussiste solo nel caso in cui siano i CCNL di riferimento a prevedere che le aziende offrano ai lavoratori il servizio di mensa.  In questo caso, le imprese hanno tre possibilità per adempiere a questo obbligo:  istituire una mensa interna gestita direttamente dall’azienda;  istituire una mensa interna gestita da una società esterna; offrire ai lavoratori una misura compensativa, come i buoni pasto o l’indennità sostitutiva di mensa.  Nel caso in cui un’azienda non abbia la possibilità di istituire una mensa interna dove i lavoratori possano consumare il pasto durante la pausa pranzo, l’opzione più conveniente per datore di lavoro e collaboratori è rappresentata dai buoni pasto. Disponibili sia nel formato cartaceo, sia nel formato elettronico, i buoni pasto sono ticket di importo variabile che il lavoratore può utilizzare per acquistare pasti già pronti presso gli esercizi commerciali convenzionati. Al contrario dell’indennità sostitutiva di mensa, che viene considerata parte della retribuzione ordinaria e, quindi, tassata di conseguenza, i buoni pasto sono esenti dalla tassazione fino ad un importo massimo di 4 euro per i buoni cartacei e di 8 euro per i buoni elettronici.
Buono pasto elettronici come utilizzarli
Giugno 06, 2022
Buoni Pasto

Buoni Pasto Elettronici: ecco come si usano

I buoni pasto elettronici rappresentano l’evoluzione dei buoni cartacei. Vengono caricati su una card elettronica e possono essere utilizzati esattamente nello stesso modo dei ticket classici. Ecco una pratica guida sui buoni pasto elettronici, per aiutarti a capire come funzionano e come si usano. I buoni pasto elettronici sono l’alternativa pratica e conveniente ai buoni pasto cartacei: sicuri, facili da usare, sono spendibili in tutti gli esercizi convenzionati che li accettano come metodo di pagamento. Scopri tutto quello che c’è da sapere sui buoni pasto elettronici. Cosa sono i buoni pasto elettronici? Buoni pasto elettronici: qual è il trattamento fiscale? Come funzionano i buoni pasto elettronici? Come si ricaricano i buoni pasto elettronici? Come attivare i buoni pasto elettronici? Per gli esercizi commerciali: come accettare i buoni pasto elettronici? Cosa sono i buoni pasto elettronici? Spesso le aziende, per migliorare le politiche di welfare aziendale, offrono ai dipendenti tutta una serie di benefit che risultano vantaggiosi sia per le imprese stesse, sia per i dipendenti. Uno dei benefit più diffusi, insieme al telefono e all’auto aziendale, è rappresentato dai buoni pasto: un vero e proprio servizio sostitutivo di mensa che viene erogato ai lavoratori che si trovano a mangiare spesso fuori casa a causa del lavoro. Fin dalla loro comparsa, i buoni pasto sono stati erogati al dipendente sotto forma di voucher numerati raccolti in carnet. L’uso sempre più diffuso della moneta elettronica, la necessità di sprecare meno carta e la maggiore praticità delle carte elettroniche hanno portato, negli anni, a un’evoluzione questo strumento di pagamento. Così i buoni pasto cartacei sono diventati elettronici. I buoni pasto elettronici, quindi, sono dei buoni pasto dematerializzati, che funzionano nella stessa maniera e possono essere usati nello stesso modo dei buoni cartacei. Oggi, sono sempre di più le aziende che, per andare incontro alle esigenze aziendali e dei lavoratori, scelgono di abbandonare i ticket cartacei per offrire ai propri dipendenti quelli elettronici. Si tratta, infatti, di una soluzione che offre maggiori vantaggi rispetto a questi ultimi, dai costi di acquisto e di gestione alle tasse. Il loro utilizzo è regolamentato dalla stessa normativa che regolamenta l’uso dei buoni pasto cartacei: il Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico n°122 del 2017. Differenza tra buoni pasto elettronici e buoni cartacei Anche se il principio di funzionamento dei buoni pasto elettronici è lo stesso dei cartacei, ci sono comunque delle differenze tra i due mezzi di pagamento. Vediamo quali sono le principali: i buoni pasto elettronici vengono caricati su una carta elettronica con microchip o banda magnetica, invece di essere raccolti in carnet; la soglia di esenzione dalla tassazione retributiva e contributiva è più alta rispetto a quella fissata per i cartacei; con i buoni pasto elettronici si può tenere traccia delle spese e dei pagamenti effettuati con questi ultimi; il datore di lavoro può decidere di limitare l’utilizzo dei buoni pasto elettronici che hanno la funzione di mensa aziendale diffusa (ad esempio, potrebbe ridurre la soglia di cumulabilità, oppure limitarne l’uso alle sole giornate lavorative); in caso di smarrimento della card su cui sono caricati i buoni, è possibile bloccarla, richiederne una nuova e recuperare tutti i buoni pasto perduti. Quello che rimane uguale, invece, rispetto ai buoni cartacei è: il numero di buoni erogato mensilmente, che dipende sempre dai giorni effettivamente lavorati dal dipendente; la possibilità di cumularli: come per i buoni cartacei, anche i buoni elettronici sono cumulabili fino a un massimo di 8 ticket al giorno; la possibilità di utilizzarli presso qualsiasi esercizio commerciale convenzionato per acquistare pasti già pronti da consumare; il fatto che, per il lavoratore,  non ci sia un limite di spesa, se non quello dato dal numero di buoni cumulabili; il divieto di utilizzo della card da parte di persone diverse dal titolare; il divieto di convertire il buono digitale in denaro contante. Alcune delle maggiori differenze tra buoni pasto elettronici e cartacei rappresentano anche alcuni dei vantaggi dell’uso dei primi rispetto all’impiego dei secondi: se i buoni pasto cartacei hanno una soglia di esenzione dal reddito imponibile di soli 4 euro, quelli elettronici non concorrono alla formazione del reddito fino a che non superano gli 8 euro a ticket. Ciò significa ottenere un risparmio notevole, anche rispetto al versamento dei buoni pasto direttamente in busta paga, e avere a disposizione buoni che garantiscono un maggiore potere d’acquisto. Inoltre i ticket elettronici non si deteriorano e sono meno soggetti a furti e smarrimenti. Buoni pasto elettronici: qual è il trattamento fiscale? I buoni pasto elettronici sono soggetti allo stesso trattamento fiscale dei ticket restaurant cartacei. Ciò significa che, come i buoni pasto cartacei, vengono considerati fringe benefit e tassati allo stesso modo. Cosa significa questo? Significa che hanno diritto all’esenzione fiscale fino al tetto massimo stabilito dalla legge, che per i buoni pasto elettronici è stata fissata dalla Legge di Bilancio 2020 a 8 euro. Questo vuol dire che un lavoratore dipendente che riceva dal datore di lavoro buoni pasto di importo inferiore agli 8 euro non dovrà pagare le tasse né versare i contributi previdenziali. L’adozione dei buoni pasto elettronici comporta vantaggi e agevolazioni fiscali anche per l’azienda, non solo per i suoi collaboratori. Come accade per i lavoratori, infatti, anche per il datore di lavoro i buoni elettronici sono esentasse fino alla soglia di 8 euro a ticket e non dovrà versare né INPS, né IRAP. Per le aziende che erogano ai collaboratori i buoni pasto elettronici alla totalità dei lavoratori o a una categoria omogenea degli stessi, anche per rispettare gli accordi stabiliti dal CCNL e dalla contrattazione coi sindacati, gli importi spesi per acquistarli sono deducibili al 100%. Un altro vantaggio per le imprese è l’IVA agevolata al 4% sul loro acquisto. Come funzionano i buoni pasto elettronici? Il funzionamento dei buoni pasto elettronici è estremamente semplice. Più semplice, forse, rispetto all’utilizzo dei buoni cartacei. Per usarli, infatti, non serve staccarli dal blocchetto e firmarli: al momento di pagare, basta consegnare la propria carta elettronica all’esercente, che la inserirà nell’apposito POS e scalerà l’importo dovuto. A pagamento avvenuto, il POS rilascia uno scontrino su cui è indicato lo stato della transazione (se è andata o meno a buon fine), il valore dei buoni utilizzati e il numero di buoni residui. Nel caso il valore dei buoni spesi sia inferiore all’importo dovuto, sullo scontrino verrà anche registrato il contributo in denaro da versare. Come per gli acquisti fatti con i buoni cartacei, anche quelli effettuati con buoni elettronici non danno diritto a ricevere il resto, se l’importo dei buoni utilizzati supera quello dovuto. Anche con i buoni elettronici si può fare la spesa oppure acquistare pasti già pronti durante la pausa pranzo negli esercizi convenzionati (bar, ristoranti, tavole calde, self- service, gastronomie, supermercati). Tra i prodotti che si possono comprare non ci sono solo i pasti pronti, ma anche generi alimentari di vario tipo. Restano esclusi, solitamente, i prodotti non alimentari e gli alcolici. Grazie alla App Buoni Up Day, è possibile tenere traccia delle spese effettuate con i buoni pasto elettronici, dell’importo ancora disponibile sulla card e generare un codice che permette di pagare presso gli esercenti abilitati senza portarsi dietro la card. Sia la App, che il portale utilizzatori Up Day offrono la possibilità di trovare i locali dove si possono spendere i buoni pasto erogati dalla propria azienda e di sapere se accettano o meno i ticket elettronici. Come si ricaricano i buoni pasto elettronici? Per poterli utilizzare, i buoni pasto elettronici devono essere caricati sull’apposita carta. Ricaricare periodicamente i buoni pasto elettronici è, per l’azienda, molto semplice. Mentre in passato il dipendente riceveva un nuovo carnet di ticket all’inizio di ogni mese, con i buoni pasto elettronici è sufficiente che la card venga usata in uno qualsiasi dei POS abilitati per effettuare l’operazione di ricarica. Ciò sarà possibile solo dopo che il datore di lavoro avrà stabilito la quantità di buoni che spetta al collaboratore, facendo il calcolo dei giorni lavorativi del mese precedente, e avrà caricato l’importo corrispondente sulla carta. Al termine dell’operazione, il POS emetterà uno scontrino in cui viene specificato il numero di buoni caricati sulla card. I POS per i buoni pasto elettronici dove effettuare la ricarica si trovano sia negli esercizi convenzionati, sia negli uffici preposti della propria azienda. Come attivare i buoni pasto elettronici? Le modalità di attivazione dei buoni pasto in formato elettronico coincidono con quelle di ricarica. Dopo che l’azienda ha deciso di erogargli i buoni pasto elettronici, al dipendente viene consegnata una tessera elettronica personale che riporta i seguenti dati: il codice fiscale o la ragione sociale del datore di lavoro e della società emettitrice; il valore facciale espresso nella valuta corrente; il termine di utilizzo (scadenza); un codice identificativo che sostituisce l’obbligo di firma. La card viene consegnata già attiva, ma senza che su di essa siano ancora stati caricati i buoni pasto. Per conoscere lo stato della card, occorre comunque registrarla sul portale o sull’App della società emettitrice, così da avere tutte le informazioni su di essa e sul numero di buoni che si ha diritto a ricevere. Affinché i ticket elettronici vengano caricati sulla nuova card, bisogna poi recarsi presso l’ufficio preposto della propria azienda o presso uno degli esercenti convenzionati e chiedere che venga effettuata l’operazione di ricarica. Per gli esercizi commerciali: come accettare i buoni pasto elettronici? A differenza del buono pasto cartaceo, che può essere accettato dagli esercenti affiliati semplicemente ritirandolo dal cliente al momento del pagamento, per poter accettare i buoni pasto elettronici un esercente deve essere in possesso di uno speciale POS, dedicato solamente a questo tipo di operazione o di un Sistema integrato di lettura alle casse. Dopo aver stipulato il contratto di convenzione con la società emettitrice dei buoni, sarà lei stessa a fornire all’esercizio il terminale per i buoni pasto elettronici. Da qualche anno, grazie ad un accordo raggiunto tra alcune delle società che si occupano di emettere i buoni pasto, con un solo POS è possibile accettare i buoni elettronici non solo di Day, ma anche di altre realtà che operano in questo settore. Una volta in possesso del POS, si potranno accettare con facilità i pagamenti effettuati tramite i buoni pasto: sarà sufficiente inserire la card del cliente all’interno del terminale e selezionare l’importo dovuto per far partire la transazione. I buoni scalati dalla carta saranno immediatamente trasmessi alla società che li emette. Un’operazione molto più snella, rispetto a quella che si effettua per ritirare i buoni cartacei, che per essere validati devono essere inviati alla società emettitrice oppure scansionati uno per uno con l’apposita App.