Siamo nella sala principale della Fondazione Cariplo, a Milano. Nel cuore della Design Week, durante la Giornata Nazionale delle Società Benefit. Marco Morganti – Presidente di Assobenefit – prende la parola e fa una domanda molto semplice a una platea gremita di imprenditori e professionisti: “A quanti di voi è capitato almeno una volta nella vita di spiegare a qualcun altro cos’è una Società Benefit e cosa vuol dire per un’azienda diventare Società Benefit? Alzate la mano!”.
Davanti al muro di mani alzate, il punto è subito evidente: le Società Benefit sono, prima di tutto, ambasciatrici. Ambasciatrici di un modo diverso di fare impresa, che non si limita a generare valore economico, ma si assume esplicitamente una responsabilità verso la società e l’ambiente. Un modello che continua a crescere — nei numeri e nella qualità — ma che, come è emerso chiaramente durante la giornata, ha ancora bisogno di essere raccontato, spiegato, diffuso.
Anche Day era presente all’appuntamento: Società Benefit dal 2023 e socia di Assobenefit, ha preso parte sia al momento di confronto del convegno, che alla successiva assemblea dei soci.
Ambasciatori delle Società Benefit: diffusione e cultura d’impresa
Le radici delle Società Benefit in Italia e il confronto europeo
Società Benefit: cosa dice la Ricerca 2026 su crescita e performance
Le prospettive del modello: governance, disciplinare e trasparenza
Società Benefit e territorio: filiere, distretti e ruolo delle istituzioni
Conclusioni: il futuro delle Società Benefit tra crescita e consapevolezza
Ambasciatori delle Società Benefit: diffusione e cultura d’impresa
Quella delle Società Benefit è una rete di persone, prima ancora che di aziende. Chi sceglie questo modello lo racconta e lo porta oltre i confini dell’organizzazione, condividendolo. È così che cresce: non solo per adesione formale, ma per diffusione culturale.
Le Società Benefit, quindi, non sono soltanto un assetto giuridico, ma un movimento. E come ogni movimento, si fondano sulla capacità dei propri membri di farsi ambasciatori, appunto. In questo senso, essere Società Benefit è una scelta identitaria: non esistono (ancora) vantaggi fiscali o incentivi specifici che ne motivino l’adozione, è una decisione di coerenza e visione.
Le radici delle Società Benefit in Italia e il confronto europeo
La prima parte dell’incontro, dedicata alle Radici, ha ripercorso l’origine di questo cammino, sottolineando il ruolo dell’Italia come primo Stato sovrano al mondo ad aver introdotto lo status giuridico di Società Benefit nel 2015 (con la Legge 208 del 28 dicembre). L’intervento di Mauro Del Barba, promotore della norma e Presidente onorario di Assobenefit, ha tracciato l’evoluzione di questi dieci anni, che hanno visto il modello passare da realtà di nicchia a riferimento europeo consolidato.
Emery Jacquillat, cofondatore della “Communauté des Entreprises à Mission”, ha portato il punto di vista francese delle “Sociétés à mission”, nate nel 2019. Il suo intervento ha introdotto il concetto di raison d’être, come ridefinizione dello scopo profondo dell’impresa, oltre la separazione tra profitto e impatto. In questa prospettiva, l’agire d’impresa richiede una semplicità che non è debolezza, ma forza d’impatto.
Il confronto tra i due Paesi, stimolato anche da Morganti, ha evidenziato differenze strutturali significative: il modello francese appare più istituzionalizzato, supportato da un impianto pubblico dedicato all’Economia Sociale e Solidale e da un coinvolgimento sistemico degli stakeholder. Il modello italiano, invece, si fonda su una scelta identitaria volontaria. In assenza di vantaggi fiscali o normativi diretti, le attuali 5.540 Società Benefit italiane hanno adottato questo status come atto di coerenza, formalizzando nello statuto un “biglietto da visita” valoriale che mette la missione al servizio della collettività.
Infine, è stato sottolineato come questa “via europea” stia progressivamente diventando un riferimento globale: l’ispirazione italo-francese ha già guidato le legislazioni di Spagna e Belgio e sta influenzando il Sudamerica, in particolare Colombia, Ecuador e Perù, dove il modello di governance rigenerativa viene letto come risposta alle sfide del Terzo millennio.
Società Benefit: cosa dice la Ricerca 2026 su crescita e performance
Se l’identità è il punto di partenza, i numeri aiutano a capire la direzione del cambiamento. Il convegno è stato anche l’occasione per presentare la Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026, realizzata da NATIVA insieme a InfoCamere, Intesa Sanpaolo, Università di Padova, Camera di Commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit. Una fotografia ampia e aggiornata di un fenomeno ormai strutturale. In pochi anni la crescita è stata continua: dalle 177 Società Benefit del 2017 si è arrivati a 5.540 realtà a fine 2025, con circa 1.000 nuove imprese ogni anno e un incremento del 21% nell’ultimo periodo. La Lombardia guida il movimento, con oltre 1.700 aziende, trainata anche dalla presenza di grandi gruppi che hanno contribuito a renderlo più visibile e diffuso.
La ricerca evidenzia inoltre che le Società Benefit non crescono solo in quantità, ma anche in performance. Nel triennio 2022-2024 registrano un incremento mediano del fatturato del 15%, contro il 5% delle imprese tradizionali. Sul fronte occupazionale, il 63% ha aumentato gli addetti (48% nel campione di confronto). In parallelo, emerge una scelta chiara di redistribuzione del valore: il costo del lavoro cresce del 21,6%, contro l’11,2% delle imprese non benefit, con un impatto medio stimato di circa 3.000 euro annui in più per lavoratore.
La governance racconta lo stesso cambiamento. Il 47% delle Società Benefit ha almeno una donna nel board (63% nelle grandi imprese), mentre quasi un consiglio su tre include un under 40. Segnali che indicano una maggiore apertura e un ricambio più dinamico rispetto alla media.
Accanto ai numeri, i ricercatori hanno condotto un’analisi qualitativa degli statuti, che ha permesso di mappare 23.990 finalità di beneficio comune. Il lavoro è stato realizzato integrando strumenti di intelligenza artificiale con lo standard internazionale SASB+ Impact. Le priorità d’impatto si concentrano soprattutto su Capitale Sociale (33%), Capitale Umano (20,7%) e Innovazione del Modello di Business (20,7%), a conferma del forte legame delle Società Benefit con le persone e le comunità locali. È utile ricordare che il punto di partenza di queste realtà è già fortemente orientato all’etica della governance, per cui la declinazione dell’impatto tende naturalmente a espandersi su ambiti diversi.
Quando si passa dalle parole ai fatti, il quadro si rafforza ulteriormente: nelle imprese più grandi emergono oltre 130 ambiti di impatto e circa 1.800 azioni concrete. Un segnale che il modello non resta sulla carta.
Le prospettive del modello: governance, disciplinare e trasparenza
A questo punto, con la crescita del modello Benefit, si pone il tema di come garantire coerenza, credibilità e capacità di misurazione nel tempo.
La seconda parte dell’evento ha affrontato questo aspetto a partire dalla presentazione del primo Position Paper di Assobenefit, che mette a fuoco i pilastri del modello: governance, perseguimento del beneficio comune e rapporto con gli stakeholder.
Nel confronto è emersa una lettura condivisa dell’identità delle Società Benefit: non sono realtà “moralmente superiori”, ma imprese che hanno scelto di formalizzare un approccio rigenerativo, lasciando in eredità ai manager del futuro un sistema orientato al valore condiviso. In questo quadro, il dialogo con il Terzo Settore — richiamato anche da Serena Porcari, CEO di Dynamo Camp — non è visto come competizione, ma come possibilità di collaborazione più matura tra competenze diverse.
La stessa esigenza di solidità si riflette nel lavoro sul futuro Disciplinare delle Società Benefit, presentato come una bussola operativa: un insieme di buone pratiche per orientare le imprese, rafforzare la credibilità del modello e supportare la progettazione dell’impatto in modo più consapevole, già dalla fase statutaria.
Sono emerse anche alcune proposte operative. In primis, una maggiore chiarezza in bilancio attraverso la separazione tra attività ordinarie e attività di beneficio comune, per rendere visibile l’impegno economico e sociale delle imprese. La seconda riguarda la standardizzazione degli impatti, con l’idea di una classificazione strutturata degli obiettivi — una sorta di “codice Ateco” del beneficio — per rendere più comparabili e leggibili le azioni tra aziende. Con la crescita del modello, diventa centrale la necessità di un impianto metodologico più solido, in cui la missione dichiarata trovi riscontro in strumenti di governance, trasparenza e misurazione sempre più strutturati.
Società Benefit e territorio: filiere, distretti e ruolo delle istituzioni
Nel panel finale il punto di osservazione si sposta dalla singola impresa alla dimensione territoriale. La Ricerca Nazionale 2026 evidenzia come le Società Benefit non agiscano in modo isolato, ma all’interno di filiere produttive e distretti in cui il modello tende a diffondersi.
Capita spesso che le imprese più grandi diventino capofila di filiera, punti di riferimento che orientano standard, pratiche di impatto e modelli di governance lungo tutta la catena del valore. Le esperienze di Aboca e Acque Bresciane mostrano bene questa dinamica: da un lato l’impresa come “comunità nella comunità”, dall’altro un approccio di rete che permette di estendere il beneficio comune anche ai soggetti collegati.
Sul ruolo delle istituzioni è intervenuto Giorgio Mantoan – Consigliere Delegato allo Sviluppo Economico della Città Metropolitana di Milano – chiarendo che il compito del pubblico non è attribuirsi il merito delle iniziative imprenditoriali, ma creare le condizioni abilitanti perché possano svilupparsi pienamente e generare impatto. Una funzione di accompagnamento e facilitazione, orientata alla messa a sistema delle energie presenti nei territori.
In questo quadro si inseriscono anche le Camere di Commercio, come la Camera di Commercio di Brindisi-Taranto, che attraverso attività di monitoraggio e supporto contribuiscono a rafforzare la connessione tra attori economici e lo sviluppo dei distretti produttivi. Nel complesso si rafforza un’idea di sussidiarietà concreta, dove pubblico e privato collaborano per generare valore condiviso.
Conclusioni: il futuro delle Società Benefit tra crescita e consapevolezza
Nelle conclusioni, Marco Morganti ha riportato il dibattito a una prospettiva di lungo periodo: le Società Benefit come eredità organizzativa. Non un modello "migliore" degli altri, ma una scelta che formalizza e rende stabile nel tempo un approccio rigenerativo, consegnandolo ai manager di domani.
Il punto è che questa eredità deve uscire dalla nicchia per avere un impatto reale. La crescita c’è, e ci sono pratiche consolidate. Il passaggio decisivo resta quello della diffusione: far conoscere e rendere più comprensibile il modello al di fuori della cerchia di chi già lo adotta. Qui torna centrale il ruolo degli “ambasciatori”. Le Società Benefit non vivono solo dentro i loro confini organizzativi, ma attraverso le persone che le rappresentano e che, raccontando esperienze e scelte, contribuiscono a diffonderne la logica nei mercati e nei territori.
Questo facciamo anche in Day, una Società Benefit che opera con sei diverse finalità di beneficio comune e che lavora ogni giorno per integrare impatto sociale, attenzione alle persone e sviluppo delle comunità nelle proprie attività. Il futuro delle Società Benefit non dipende solo dalla loro crescita, ma dalla loro capacità di diventare comprensibili e condivise.
Un cambiamento che passa dalla concretezza delle esperienze e dalla loro capacità di essere raccontate e replicate.