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Auto aziendale ad uso promiscuo

L’auto aziendale ad uso promiscuo

Tra le agevolazioni concesse più spesso dalle imprese ai propri dipendenti nell’ambito dell’applicazione delle politiche di welfare aziendale c’è l’auto aziendale ad uso promiscuo. Ecco tutto quello che devi sapere su questo tipo di benefit.

 

La concessione dell’auto aziendale ad uso promiscuo ai lavoratori dipendenti e ai professionisti è considerata una remunerazione in natura, soggetta a tassazione agevolata. Scopri quali sono i requisiti perché l’auto aziendale sia considerata ad uso promiscuo e come funzionano l’utilizzo e la tassazione di questo tipo di benefit.

 

 

Cosa significa auto ad uso promiscuo?

Prima di vedere come funziona questo benefit, cerchiamo di capire cosa significa “auto ad uso promiscuo” e cosa la differenzia dall’auto ad uso aziendale e dall’auto ad uso esclusivamente privato.

Ognuna di queste tre modalità di fruizione dell’auto aziendale, infatti, comporta obblighi e agevolazioni diverse sia per il lavoratore, sia per il datore di lavoro.

Iniziamo dalla definizione che ci riguarda più da vicino: quella di auto ad uso promiscuo. Con questo termine si intende l’utilizzo dell’auto aziendale da parte del dipendente sia per esigenze lavorative, sia per esigenze personali, quindi anche al di fuori dell’orario lavorativo (ad esempio il sabato e la domenica o nei giorni di vacanza), senza che quest’ultimo debba sostenere i costi di acquisto o di gestione.

Quando l’auto è ad uso aziendale, invece, il dipendente può usarla solo ed esclusivamente in ambito lavorativo e non durante il tempo libero.

Quello dell’auto ad uso personale è un caso piuttosto raro, che prevede la fruizione a titolo esclusivamente privato di un’auto fornita dall’azienda al dipendente.

A seconda del caso, il benefit erogato dall’azienda comporta anche diverse modalità di tassazione.

 

Come funziona?

L’auto aziendale ad uso promiscuo è il caso più tipico, per quanto riguarda l’erogazione di questo tipo di fringe benefit. Il suo funzionamento segue delle regole ben precise, contenute nel contratto individuale stipulato tra l’azienda e il dipendente che ne usufruisce.

Le aziende che intendono offrire l’uso dell’auto aziendale come benefit ai propri dipendenti stipulano un contratto di noleggio a lungo termine o di leasing con un concessionario per ottenere le autovetture da fornire ai lavoratori. In seguito, viene stipulato un altro contratto, tra l’azienda e il dipendente, per regolamentare i termini di utilizzo del mezzo.

Tale concessione può avvenire sia in sede di assunzione, sia quando il rapporto di lavoro è già in essere: in entrambi i casi, essa viene regolamentata dal contratto individuale stipulato tra il dipendente e il datore di lavoro.

Nel contratto di assegnazione si possono trovare, tra le altre, tutte, o alcune, di queste voci:

  • l’indicazione che l’auto è data in concessione al dipendente sia per lo svolgimento delle sue mansioni durante l’orario di lavoro, sia per uso personale;
  • se altre persone, oltre al dipendente, hanno diritto ad usare l’auto;
  • a quali obblighi deve sottostare l’utilizzatore dell’auto (ad esempio, il rispetto delle norme del Codice della Strada o l’obbligo di occuparsi della manutenzione o revisione del veicolo);
  • se il dipendente debba o meno versare una quota all’azienda per l’uso del veicolo.

 

La tassazione dell’auto ad uso promiscuo

L’auto ad uso promiscuo, essendo un fringe benefit, cioè una prestazione in natura concessa al lavoratore in aggiunta al compenso ordinario, è esclusa solo parzialmente dalla tassazione.

Per calcolare in maniera esatta la quota di benefit che andrà a comporre il reddito imponibile, che sarà quindi assoggettata sia all’IRPEF, sia all’imposizione contributiva, si usano come riferimento le tabelle ACI, che vengono aggiornate ogni anno, in concomitanza con l’emissione della nuova legge di bilancio.

Questo perché, per la tassazione di questa determinata tipologia di fringe benefit, si fa valere il valore convenzionale del bene (cioè un importo forfettario), e non quello definito normale. Nel caso specifico, il valore del bene assoggettato a tassazione è pari al 30% dell’importo corrispondente ad una percorrenza convenzionale di 15.000 km annui, calcolato sulla base del costo chilometrico indicato nelle tabelle.

Per eseguire il calcolo corretto della percentuale che verrà inserita in busta paga, il datore di lavoro dovrà ripartire l’importo previsto dalle tabelle ACI sul numero di giorni in cui al dipendente è concesso l’uso del veicolo.

Facciamo un esempio pratico. Al lavoratore viene concessa in uso promiscuo una Jeep Renegade 1300 T4 da 150 cavalli. Il costo chilometrico convenzionale di questa vettura, nelle tabelle ACI in vigore per il 2020, è di 0,5338 euro che, moltiplicato per 15.000, dà un totale di 8.007 euro. Di questi, il 30 %, cioè 2.402,01 euro, finiranno nella busta paga del lavoratore. Supponiamo che il dipendente abbia in uso l’auto per 25 giorni al mese: in busta paga, ogni mese, verrà indicato un importo di 200,16 euro, che sarà soggetto al pagamento di IRPEF e contributi.

In alcuni casi, al dipendente viene richiesto dal datore di lavoro il pagamento di un indennizzo per l’uso privato dell’auto fornita in dotazione dall’azienda: in questo caso, il costo dell’indennizzo viene sottratto dal valore convenzionale indicato in busta paga.

Se, ad esempio, al lavoratore venisse richiesto il pagamento di un indennizzo di 50 euro al mese, l’importo che figura in busta paga non sarebbe più di 200,16 euro, ma di 150,16 euro.

Dal mese di luglio 2020, la quota di valore convenzionale da attribuire al lavoratore in busta paga diminuisce al 25% se gli viene assegnata un’auto poco inquinante. Se, invece, il veicolo è considerato altamente inquinante, l’importo che viene indicato in busta paga può andare dal 30 al 50 per cento del valore convenzionale.

 

Chi può usufruire dell’auto ad uso promiscuo?

In teoria, possono usufruire dell’auto ad uso promiscuo sia il dipendente, sia i suoi familiari, purché i loro nomi siano inseriti nell’assicurazione stipulata dall’azienda. Non tutte le imprese, però, concedono questa possibilità al lavoratore.

Solitamente, nel contratto di assegnazione, è specificato se il suo uso è riservato solamente al lavoratore oppure se è esteso anche ai familiari.

 

Auto ad uso promiscuo: chi paga la benzina?

Il pagamento dei costi sostenuti per il carburante dell’auto aziendale ad uso promiscuo spetta in parte al dipendente, in parte al datore di lavoro.

Quando il lavoratore utilizza l’auto aziendale per lavoro, ha diritto ad ottenere un rimborso delle spese sostenute per l’acquisto del carburante. Rimborso che, tuttavia, non viene erogato in base alle ricevute che certificano la spesa sostenuta dal dipendente.

Anche in questo caso, vengono in soccorso di aziende e lavoratori le tabelle ACI, questa volta relative ai costi chilometrici. Queste tabelle sono quelle che i datori di lavoro utilizzano per calcolare la quota convenzionale che costituirà il rimborso del carburante che spetta al dipendente a cui è assegnata l’auto.

 

Auto ad uso promiscuo e buoni carburante

Anche nel caso in cui il lavoratore utilizzi l’auto per questioni personali, e quindi non abbia diritto ad ottenere un rimborso del carburante acquistato, può comunque ammortizzare il costo del carburante se, tra i fringe benefit che gli vengono concessi, ci sono anche i buoni carburante.

I dipendenti che ricevono dall’azienda i buoni carburante, infatti, possono utilizzarli anche per pagare il rifornimento dell’auto aziendale.

Chi utilizza i voucher Cadhoc di Day, inoltre ha la possibilità di convertirli in buoni carburante seguendo una semplice procedura online. Dopo averli convertiti, il lavoratore può utilizzare i suoi buoni per fare rifornimento nelle catene Q8 e IP.

 

Auto aziendale ad uso promiscuo e maternità

Cosa succede quando una lavoratrice che usufruisce dell’auto aziendale ad uso promiscuo va in maternità? Il benefit può essere revocato e la quota di valore convenzionale inserita in busta paga può venire sospesa?

Molte lavoratrici si pongono queste domande, spesso perché l’azienda per cui lavorano chiede loro la restituzione del mezzo durante il periodo di maternità.

I fringe benefit, essendo regolamentati da un contratto, non possono essere revocati in maniera unilaterale dall’azienda quindi la lavoratrice in maternità avrà comunque diritto all’uso dell’auto e sarà tenuta al pagamento delle tasse sulla quota di valore convenzionale computata in busta paga.

Nel caso in cui l’azienda chieda alla lavoratrice la restituzione del veicolo durante il periodo della maternità, essa sarà tenuta a corrisponderle un’indennità su base mensile.

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