Day BLOG
Dieci anni di welfare aziendale in Italia: da leva fiscale a strategia per le persone
Il 2026 rappresenta un anniversario importante per il welfare aziendale in Italia: la riforma che ne ha segnato la diffusione su larga scala compie 10 anni.
Un decennio durante il quale questa pratica è passata da strumento tecnico-fiscale a leva strategica per la gestione delle persone, contribuendo a ridefinire il rapporto tra impresa, lavoro e dipendenti.
- La svolta normativa del 2016
- Da benefit a ecosistema di servizi
- La nascita di un sistema di attori
- Welfare aziendale e secondo welfare: integrazione e limiti
- Da leva fiscale a leva culturale
La svolta normativa del 2016
Nel 2016 la Legge di Stabilità ha modificato l’articolo 51 del TUIR – il Testo Unico delle Imposte sui Redditi – ampliando in modo significativo la possibilità per le aziende di erogare beni e servizi di utilità sociale in regime di detassazione.
In realtà, nella normativa non compare mai formalmente l’espressione “welfare aziendale”, ma il legislatore ha rafforzato il perimetro dei cosiddetti “benefici di utilità sociale”: prestazioni legate a educazione, assistenza, sanità, ricreazione e sostegno alle famiglie. La vera innovazione è stata rendere questi strumenti fiscalmente efficienti e quindi concretamente adottabili, se non addirittura convenienti.
Contemporaneamente c’è stato anche un intervento sui premi di risultato, che ha previsto la possibilità di convertirli in credito welfare con tassazione azzerata. Una novità che ovviamente ha dato un forte incentivo alla diffusione di questi strumenti.
L’anno successivo, la Legge di Stabilità 2017 ha confermato e ampliato questo assetto, sancendo una direzione chiara: il welfare aziendale è un vantaggio per il lavoratore e, allo stesso tempo, un investimento per l’impresa.
Ben presto è emerso come il valore percepito dei benefit e dei servizi di welfare sia superiore all’equivalente monetario in busta paga: sia in termini economici, grazie alla detassazione, sia perché queste risorse incidono direttamente sulla qualità della vita delle persone, rispondendo a bisogni concreti e quotidiani.
Da benefit a ecosistema di servizi
A distanza di dieci anni, il welfare aziendale si presenta come un ecosistema complesso e articolato.
Da insieme disomogeneo di benefit accessori si è evoluto in piattaforme integrate di servizi che includono previdenza complementare e coperture assicurative, sanità integrativa, assistenza e caregiving, sostegno economico e istruzione per i familiari, conciliazione vita-lavoro e pari opportunità, cultura, tempo libero, formazione, inclusione sociale e welfare territoriale…
Questa evoluzione riflette un cambiamento più ampio nel mondo del lavoro: il passaggio da una logica puramente retributiva a una visione che valorizza l’esperienza lavorativa nel suo insieme.
Dove la soddisfazione del dipendente non passa solo dallo stipendio, ma da tanti altri elementi come work-life balance, relazioni, autonomia.
La nascita di un sistema di attori
Parallelamente alla definizione e alla crescita del mercato, si sono sviluppati anche gli attori che lo gestiscono e ne guidano l’evoluzione.
Day, ad esempio, ha iniziato già dal 2017 a fornire alle imprese un portale per la gestione online dei benefit e ad accompagnarle nella definizione di strategie su misura.
Nello stesso periodo è nata anche AIWA – Associazione Italiana Welfare Aziendale, di cui Day è socio fondatore, che ha contribuito a mettere in rete i principali operatori del settore, diffondendo cultura, standard e rappresentanza.
Un ruolo cruciale per promuovere conoscenza e consapevolezza presso imprese e stakeholder, ma anche per affermarsi come interlocutore qualificato nei confronti di istituzioni e parti sociali, favorendo uno sviluppo più ordinato e coerente del sistema.
Welfare aziendale e secondo welfare: integrazione e limiti
A dieci anni dalla riforma, il welfare aziendale può essere considerato una vera e propria infrastruttura sociale del lavoro, capace di connettere bisogni individuali, strategie aziendali e politiche pubbliche.
Rientra a pieno titolo nella cornice del cosiddetto “secondo welfare”, cioè l’insieme di interventi promossi da attori non pubblici – come imprese, enti del terzo settore e fondazioni – che integrano il sistema di protezione sociale tradizionale.
A differenza del welfare pubblico, fondato su principi di universalità ed equità, il secondo welfare è per sua natura più frammentato, perché legato al contesto organizzativo o territoriale di riferimento. In questo equilibrio si colloca il suo ruolo: il welfare aziendale non può e non deve sostituire il pubblico, ma può rafforzarlo, colmando lacune e sperimentando soluzioni innovative con maggiore flessibilità.
Quando questa integrazione funziona, si genera un sistema più armonioso e resiliente. Quando prevale la frammentazione, aumenta il rischio di disuguaglianze nell’accesso ai servizi e alle opportunità di benessere.
In questa direzione, Day collabora con partner come Blubonus, che consentono di individuare e comprendere i bonus pubblici disponibili e le modalità di accesso, permettendo alla componente aziendale di intervenire in modo complementare, evitando sovrapposizioni e dispersioni di risorse.
Da leva fiscale a leva culturale
Nel corso di questi dieci anni, il welfare aziendale è passato dall’essere adottato principalmente per i vantaggi fiscali a diventare una leva culturale e organizzativa.
La sua funzione si è progressivamente ampliata: migliorare il benessere dei dipendenti, attrarre e trattenere talenti, sostenere le persone nelle diverse fasi della vita, rafforzare il senso di appartenenza e contribuire all’aumento di produttività ed engagement.
Oggi è uno dei protagonisti della trasformazione del lavoro in chiave sostenibile e orientata alle persone.
Quali sono i prossimi passi di questa evoluzione? Innanzi tutto, rendere più ampia e omogenea la sua diffusione, perché c’è ancora molto scarto fra le grandi imprese strutturate e le PMI che incontrano maggiori difficoltà di accesso e implementazione.
Le soluzioni sviluppate da Day puntano a garantire equità nell’accesso ai servizi, attraverso una forte personalizzazione e un’integrazione coerente con il welfare pubblico e il territorio. Su questi aspetti si giocherà la maturità del settore nei prossimi anni, insieme alla capacità di misurare in modo concreto l’impatto reale sulle persone.
La sfida sarà rendere il welfare aziendale sempre più inclusivo, accessibile e integrato: il vero salto di qualità non riguarda solo l’estensione quantitativa degli strumenti, ma la loro capacità di generare davvero valore condiviso, dentro e fuori l’impresa.