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Come cambia il lavoro nel retail: engagement, turnover e benessere
Nel mondo della vendita al dettaglio non si può parlare di performance senza parlare di persone. È facile rendersene conto anche da consumatori: entrando in un negozio, gran parte dell’esperienza di acquisto passa da chi ci accoglie, consiglia e assiste con discrezione. Abbiamo tutti in mente una situazione in cui ci siamo sentiti a disagio dentro a un camerino, o quel consiglio ricevuto al momento giusto che ha reso tutto più semplice.
Una dinamica che trova riscontro nei risultati di “In People We Trust 2025”, la ricerca promossa da Largo Consumo insieme a Università degli Studi di Milano-Bicocca, Università di Parma, Ipsos Italia e Confimprese, con il contributo di partner come Deloitte e Cavalieri Retail.
Alla sua seconda edizione, l’indagine analizza in profondità il rapporto tra aziende retail e collaboratori, prendendo in esame indicatori tradizionali come la soddisfazione e approfondendo dimensioni oggi sempre più decisive: engagement, intenzione di uscita, qualità delle relazioni, percezione della leadership, equilibrio vita-lavoro e ruolo della tecnologia.
La ricerca si basa su 900 interviste a lavoratori della GDO, del retail non food e della ristorazione commerciale. Il campione è articolato per età, ruolo, anzianità, livello retributivo e area geografica, offrendo uno spaccato rappresentativo del lavoro nei punti vendita italiani.
- Un equilibrio fragile: engagement medio, ma alta intenzione di uscita
- Non è (solo) una questione di stipendio
- Le criticità strutturali del retail
- Total compensation e conciliazione: una leva strategica
- Dal dato all’azione: cosa possono fare le aziende
- Conclusione
Un equilibrio fragile: engagement medio, ma alta intenzione di uscita
Tra i dati più significativi emerge la coesistenza di due dinamiche apparentemente contraddittorie: da un lato un livello medio di engagement discreto (4,22 su 6), dall’altro una propensione all’uscita elevata, con oltre la metà dei lavoratori che dichiara di valutare un cambio di lavoro.
Un equilibrio fragile, che racconta persone presenti e operative, ma non sempre realmente coinvolte o fidelizzate.
A questo si affianca la diffusione di fenomeni come il quiet quitting, che descrive una partecipazione minima, priva di investimento emotivo. Un segnale che non riguarda solo la motivazione individuale, ma il funzionamento complessivo dell’organizzazione.
Non è (solo) una questione di stipendio
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca, in linea con i dati del nostro Osservatorio Benessere Felicità sull’insieme dei lavoratori italiani, riguarda il peso della retribuzione nelle scelte delle persone. Lo stipendio continua ad avere un ruolo centrale, ma cresce l’attenzione verso altri elementi che incidono sulla qualità dell’esperienza lavorativa.
Emergono con forza driver come l’equilibrio vita-lavoro, il senso di appartenenza, la qualità della relazione con i responsabili, il clima tra colleghi e le possibilità di crescita professionale.
Nel contesto dei punti vendita questi aspetti assumono un peso ancora maggiore. Il negozio è un micromondo in cui collaborazione, organizzazione del lavoro e gestione quotidiana incidono direttamente sulla distribuzione dei carichi, sul benessere delle persone e sulla qualità del servizio. Gerarchie, turni e redistribuzione delle attività operative influenzano in modo concreto l’esperienza lavorativa.
Uno spostamento particolarmente evidente tra i più giovani, che mostrano scale valoriali più orientate alla valorizzazione personale, alla qualità della vita e alla coerenza tra lavoro e aspettative individuali.
Per le aziende retail questo scenario implica un cambio di paradigma: la competitività sul lavoro si gioca sempre di più sulla qualità complessiva dell’esperienza offerta alle persone. Anche perché, parallelamente, cresce tra i consumatori l’attenzione verso esperienze di acquisto più personalizzate, relazionali e coerenti con le proprie aspettative.
Le criticità strutturali del retail
La ricerca evidenzia alcune fragilità tipiche del settore:
- turnover elevato nei primi anni, spesso dovuto al divario tra aspettative e realtà operativa
- percorsi di crescita percepiti come poco chiari, soprattutto da neoassunti e profili senior
- gestione dei turni rigida e difficilmente prevedibile, con impatti diretti sull’equilibrio vita-lavoro
- ruoli operativi maggiormente esposti a stress e insoddisfazione, anche per il limitato accesso a strumenti e formazione
- persistenti differenze di percezione tra uomini e donne su retribuzione, carriera e conciliazione
Una dinamica che accomuna sempre più anche il mondo della ristorazione commerciale, dove la difficoltà di reperire personale viene spesso collegata alla percezione di condizioni lavorative particolarmente complesse.
A queste criticità si aggiunge un tema trasversale particolarmente rilevante: la qualità della leadership. La relazione con il proprio responsabile si conferma uno dei fattori più determinanti per engagement e retention.
Per questo diventa sempre più importante investire nella formazione degli store manager, non soltanto sugli aspetti tecnici e operativi della gestione del punto vendita, ma anche sulle competenze relazionali e organizzative. Gli store manager rappresentano il principale punto di contatto tra direzione e collaboratori: dalla gestione dei turni alla capacità di leggere i bisogni delle persone nei diversi momenti della vita lavorativa, il loro ruolo incide concretamente sulla qualità dell’esperienza dei dipendenti.
Total compensation e conciliazione: una leva strategica
Un elemento centrale su cui Day può supportare le aziende retail riguarda il concetto di “Total Compensation”, inteso come l’insieme di tutti i fattori che contribuiscono al valore percepito del lavoro: retribuzione, benefit, welfare, flessibilità, opportunità di crescita e coerenza con i propri valori.
Per le attività del retail lavorare sulla conciliazione vita-lavoro è particolarmente strategico. La gestione operativa dei negozi richiede infatti modelli organizzativi complessi, spesso caratterizzati da rigidità nella pianificazione dei turni e nella distribuzione delle attività quotidiane. Questo genera una tensione crescente tra esigenze organizzative e aspettative delle persone.
In questo contesto diventa sempre più importante costruire un’esperienza lavorativa sostenibile, concreta e percepita come equa.
Dal dato all’azione: cosa possono fare le aziende
I risultati della ricerca confermano che il capitale umano rappresenta uno dei principali fattori competitivi nel retail.
Per questo le aziende sono chiamate a intervenire su più livelli:
- rafforzare la qualità della leadership nei punti vendita
- strutturare percorsi di onboarding e sviluppo più chiari
- migliorare la comunicazione tra sede e negozi
- aumentare flessibilità e strumenti di conciliazione
- costruire un’esperienza lavorativa più coerente e sostenibile
In questo spazio il welfare aziendale assume un ruolo concreto e operativo, perché può incidere direttamente sulle criticità emerse dalla ricerca: work-life balance, retention, motivazione e percezione di equità.
Day affianca le aziende nella progettazione di ecosistemi di welfare personalizzati, capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone e di integrarsi con i modelli organizzativi del retail. Soluzioni flessibili e modulari permettono di:
- sostenere la conciliazione vita-lavoro attraverso servizi dedicati e strumenti di flessibilità
- integrare la retribuzione con benefici percepiti come utili e concreti
- aumentare il senso di riconoscimento e attenzione verso le persone
- rafforzare engagement e fidelizzazione
- accompagnare bisogni differenti lungo tutto il ciclo di vita lavorativo
Attraverso servizi per la quotidianità, strumenti flessibili e iniziative orientate al benessere complessivo, il welfare diventa una leva concreta per migliorare l’esperienza lavorativa e contribuire alla performance aziendale.
Conclusione
“In People We Trust 2025” restituisce un messaggio chiaro: le persone nel lavoro cercano stabilità economica, qualità relazionale, riconoscimento ed equilibrio.
Per il retail questo significa ripensare modelli organizzativi, processi e strumenti con una prospettiva di lungo periodo.
Le aziende che riusciranno a costruire contesti più sostenibili, coerenti e capaci di valorizzare le persone saranno anche quelle più in grado di trattenere competenze, continuità e valore nel tempo.