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Lipstick Index. Il welfare aziendale e le spese voluttuarie

Durante la prima recessione degli anni 2000, Leonard Lauder (chairman di Estée Lauder) osservò che l’andamento delle vendite di rossetto era in controtendenza rispetto all’andamento dell’economia. Da qui coniò il termine Lipstick Index azzardando una correlazione tra le condizioni socioeconomiche di un determinato periodo storico ed il consumo di prodotti di cosmetica a costo relativamente basso. Il senso del suo ragionamento era che nei momenti di crisi, le donne potessero rinunciare ad una nuova borsa o ad un bel vestito ma avevano comunque bisogno di qualcosa che le gratificasse, anche “solo” dal punto di vista cosmetico.

Tale correlazione non è più stata dimostrata e, nonostante la sua fascinazione, il Lipstick Index non è mai entrato nel novero degli indicatori presi a riferimento dagli econometrici.

Tuttavia, rimane ricorrente la narrazione della correlazione tra il periodo di crisi e l’attenzione per le piccole spese voluttuarie che aiutano le persone a trovare nuove energie per affrontare le difficoltà.

Durante la Seconda guerra mondiale, Winston Churchill impose un razionamento dei prodotti di cosmetica ad esclusione dei rossetti, sostenendo che le labbra rosse sollevassero il morale di chi le osservava e di chi le esponeva.

Oggi i consumi di rossetto non sono più così indicativi, ci sono altre tendenze del comparto beauty (ad esempio, la “nail art”) su cui possono essere studiate correlazioni tra condizioni socioeconomiche e consumo di prodotti di cosmetica. Comunque, è ormai accertato che il consumo di determinati beni considerati “voluttuari” abbia un effetto sulla gratificazione delle persone.

Allora, perché negare il fatto che un’operaia in condizioni di difficoltà economica, alle prese con pesanti carichi di lavoro e familiari possa trovare beneficio dal prendersi cura di sé, semplicemente facendosi bella con un filo di rossetto davanti allo specchio?

Questo non è benessere (wellbeing)? Non è welfare? Non è etico?

Certamente devono essere evitate derive mercantilistiche del welfare e, nello specifico, il welfare aziendale non deve diventare un welfare consumistico; l’obiettivo primario rimane la costruzione di condizioni di lavoro e di armonizzazione casa-lavoro tali da favorire lo sviluppo e la realizzazione personale dei lavoratori.

Se si vuole assegnare al welfare aziendale una valenza generativa e capacitiva si devono orientare le misure e le iniziative adottate seguendo una logica di autodeterminazione della persona e di realizzazione di una propria cornice di senso.

In quest’ambito c’è spazio per benefit di tipo ricreativo fino addirittura al voluttuario, purché se ne mantenga – così com’è oggi in gran parte delle realtà aziendali – una valenza marginale e secondaria.

Articolo originariamente pubblicato su Linkedin

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